in foto il prof. Giulio Iudicissa

L’età dell’oro 
Impenitente custode delle mie vecchie carte, ogni tanto vi rovisto, alla ricerca del come eravamo, nel bene e nel male.
Ho trovato, poc’anzi, questa, che rileggo, mentre uomini e fatti di un passato ancora vivo mi scorrono davanti.
Annotavo, con penna, tra l’amaro e l’ironico, che di ogni erba si era fatto un sol fascio e che, come sempre accade nel brutto mezzo delle rivoluzioni, insieme all’acqua sporca, si era buttato anche il bambino.
Era morta la prima Repubblica e si annunciava una nuova Età dell’oro.
Da allora, voglio dire dagli anni di “mani pulite”, di tempo ne è passato, ma ancora si aspetta la nuova, annunciata età dell’oro.

Vetera Nova del Prof. Giulio Iudicissa. 

La felicità 
A conclusione di un suo progetto scolastico, una docente mi chiede una nota sulla felicità. Lei desidera qualcosa di filosofico o di sociologico, io le mando una favola.
Viveva in un paese lontano un brav’uomo, che era perseguitato dalla cattiva sorte. Perciò, qualunque cosa facesse, gli riusciva male.
Un giorno, gli suggerirono il rimedio per uscire da questa insopportabile condizione: cercare la camicia della felicità. 
Il nostro si mise subito in cammino. Visitò paesi ed avvicinò persone, ma senza esito alcuno. Chi aveva un malanno, chi ne aveva un altro, nessuno possedeva la camicia della felicità.
Si fermò allora, incerto sul da farsi, poi, però, decise di riprendere il cammino verso paesi ancora più sconosciuti.
Non so se, alla fine, abbia trovato la camicia della felicità.

in foto il prof. Giulio Iudicissa

Coriglianesi
Molti sono i Coriglianesi, che nel corso dei secoli lasciarono alla città il segno delle loro virtù. Lo fecero con lo studio, con il lavoro, con l’eroismo.
Essi hanno parlato con la voce e con le azioni e sono, per definizione, uomini illustri.
Per la città, che ha dato loro i natali, rappresentano un patrimonio, cui attingere per gioire nelle epoche fauste e per ritemprarsi nelle stagioni amare.
Perciò, bisognerebbe conoscerli, soprattutto ora, e consegnarli alle generazioni venienti.

in foto il prof. Giulio Iudicissa 

Chiesa in uscita 
Proporre, oggi , come novità, il concetto di “Chiesa in uscita “, è chiaramente riduttivo nei confronti della storia. È come se si volessero minimizzare due millenni di fatti, che hanno segnato ovunque il progresso.
La Chiesa è sempre stata Chiesa in uscita, sin da quando Gesù ha invitato gli Apostoli ad andare per il mondo.
Da allora, chi ha scavato pozzi e costruito mense, orfanotrofi, lebbrosari, ospedali, se non la Chiesa in uscita?
Non erano Chiesa in uscita i tanti missionari, che portavano scuola e civiltà nei vari continenti? 
Non erano Chiesa in uscita quelle donne e quegli uomini, che, lasciati gli agi familiari, finivano martirizzati in terre inospitali?
Perciò, non si dica che la Chiesa deve ‘cominciare’ ad essere Chiesa in uscita, ma, più semplicemente, che deve ‘continuare’ ad essere Chiesa in uscita, come è sempre stata.

in foto il Prof. Giulio Iudicissa

Le buche 
Per carità! Lasciatele lì dove sono nate, dove tempo e stagioni, lentamente conformandole, le hanno rese come oggi si mostrano, strette, larghe, superficiali, profonde.
Lasciatele così, asciutte, pien d’acqua, con cicche e cocci.
Lasciatele a noi, sono una nostra nota distintiva, come la Bora a Trieste e l’Acqua alta a Venezia.
Lasciatele così, non copritele: queste ‘buche’ ci danno il senso dell’eternità.
(valga come appunto per i nuovi governanti)