Di CRISTIANO LIFRIERI

Ci si risiamo. Ennesima scritta, di stampo fascista, su un muro in pieno scalo coriglianese. Questa volta, il vile graffito non lascia spazio alle interpretazioni: “Corigliano fascista”, accompagnata dalla ormai classica croce celtica. Si moltiplicano dunque i messaggi di odio divulgati in città. Messaggi dettati sicuramente da una sottocultura e dall’ignara coscienza dei dolori provocati da un periodo storico italiano disumano. In una fase storico-politica dove i gruppi estremisti prendono, giorno dopo giorno, sempre più seguito, vedi Lega e soprattutto Casa Pound, sarebbe bello ed importante che anche le istituzioni della città ionica prendessero le distanze da tali atti riprovevoli. Il ritorno ad un’Italia fascista, sembra una possibilità assai improbabile fortunatamente. La storia è difficile che si ripeta, ma mi chiedo come sia possibile che quasi ottantanni dopo il ventennio mussoliniano, ci sia ancora qualcuno che si diverta con queste “goliardate”. E’ spiacevole pensare ai membri della “Resistenza” che hanno sacrificato la propria vita in passato per difendere la nostra libertà e, sopratutto, per garantirci un futuro dal pensiero emancipato, combattendo proprio chi queste libertà ha tentato di negarcele. Ancora oggi invece, ci troviamo ad ascoltare personaggi istituzionali che inneggiano slogan subdoli, insignificanti e ricchi di odio e terrore. La segnalazione del “murales”, ci arriva da un residente del luogo: “La realtà è che il fascismo ci ha lasciato in una condizione socio-economica devastante. Il fascismo, di fatto, ha “venduto” il nostro bel paese allo straniero. La mia paura, ascoltando alcuni politici nei vari tg, è che piano piano, ci si possa dimenticare dell’orrore nei confronti dell’umanità di cui si è macchiato il fascismo”. Continua il cittadino “Corissanese”: “Dobbiamo insistere affinché i nostri figli capiscano che gli studi approfonditi sulla storia, si svolgono affinché alcune disumanità non si ripetano più; questa becera scritta, a pochi passi da casa mia, non è il fallimento solo di una città, bensì di un sistema molto più grande di quanto si possa pensare”.