Mai come negli ultimi anni l’Italia calcistica è entrata in una crisi profonda. Il peggio si è toccato sicuramente con l’esclusione dai mondiali 2018 disputati in Russia. Alla base della crisi - aldilà dell’aspetto tecnico, tattico e gestionale dell’intero staff degli azzurri guidati dall’ex Ct Ventura, giocatori compresi – vi è sicuramente una gestione disastrosa dei settori giovanili. Quando si tocca questo tasto ci immergiamo in un contesto sicuramente variegato.

Nel corso degli anni le società giovanili infatti, sembra quasi che abbiano perso il loro primario obiettivo, quello di infondere i valori sani ai piccoli atleti, l’obiettivo di utilizzare lo sport come strumento educativo, come sinonimo di inclusione, unione, partecipazione e aggregazione sociale, trasformandosi invece in un vero e proprio business sotto tutti i punti di vista. La moda degli ultimi anni è quella di raggirare il genitore associando il nome della propria società calcistica a nomi di squadre di serie A o comunque professionistiche, fomentando ancor di più le illusioni dei bambini ed aumentando conseguentemente e soprattutto il prezzo delle tute, divise, giacche, gonfiando il proprio fatturato e di conseguenze le proprie tasche. I genitori. E’ diventato sempre più frequente leggere o assistere a dispute in pieno stile spartano tra genitori sulle tribune, diverbi che spesso si trasformano in vere e proprio risse, proprio come successo in Toscana nel mese di marzo, quando durante una partita della categoria esordienti, i genitori hanno iniziato a darsene di santa ragione, provocando una reazione di sgomento, facendo scoppiare in lacrime molti dei bambini presenti in campo, con l’arbitro costretto a sospendere la partita. “Piccoli uomini” ossessionati dal sogno di vedere i propri pargoli diventare calciatori professionisti - quasi come se diventare medico, avvocato, ingegnere o comunque un uomo affermato nella vita fuori dal rettangolo di gioco sia diventato uno schifo – rendendosi cosi deleteri per la crescita e la formazione del ragazzo stesso, obbligando i propri figli ad assumere atteggiamenti da uomini, quando invece alla loro età dovrebbero pensare solo a divertirsi e ad esprimere in maniera naturale le proprie doti. Altro problema riguarda il capitolo degli allenatori (mi piacerebbe definirli educatori) gente spesso sottopagata e che svolge questo mestiere come secondo lavoro, concentrandosi molte volte solo ai risultati delle partite, senza parlare dell’ancora più dannosa situazione dove gli “allenatori” si autofinanziano portando presso le società sponsorizzazioni esterne. Un danno smisurato per lo sviluppo dei bambini quello di affidare dunque piccoli giovani a gente improvvisata piuttosto che ad esperti. Figli del campione del mondo, Gennaro Gattuso, ci sentiamo in obbligo di fare un’ultima osservazione, sulla differenza tra i settori giovanili del Nord e del Sud Italia. Numeri alla mano, se prendiamo le rose degli azzurri under 20 che hanno disputato il mondiale e dell’under 21 che hanno svolto gli europei, vi sono solo sette giocatori provenienti da Roma in giù e nessuno da Napoli a scendere, a questo punto la domanda nasce spontanea? Valgono davvero di più i ragazzi del Nord? Direi di no, considerato che nella famosa spedizione azzurra del 2006 finita in gloria vi erano ben dodici giocatori del Sud e ben tre calabresi, tra cui il nostro Gattuso.

(in foto l'autore del pezzo, Cristiano Lifrieri, di Piazza Grande)